Fotografia, Teatro

» L’Ultima Strega?

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“Proibito alla luna è il pozzo,
nero è il riflesso dell’occhio laggiù.
Nel fondo è raccolto un pianto,
e chi si specchia non ne uscirà…”

Ho sempre amato le storie di streghe, non nell’accezione fantastica del termine, ma in relazione proprio al periodo storico in cui, molte donne – e non solo – venivano accusate di essere amanti del diavolo per i motivi più assurdi: per la loro bellezza che offuscava la ragione di uomini che dovevano volgere i loro pensieri solo a Dio, o per essere libere, non sottomesse, per la loro conoscenza di erbe e intrugli, o semplicemente perché relegate ai margini di una società, o invidiate e per questo validi capri espiatori. Il mio interesse verso tale tema è sempre stato molto forte, ed è proprio per questo motivo che quando ho scoperto che era stato creato un musical su ciò, non potevo perderlo. In realtà era stato già proposto qualche anno fa, ma non ho avuto la possibilità di vederlo; sabato scorso, però, ho recuperato, guardandolo per ben due volte di fila; e credetemi, ne avessi la possibilità trascorrerei altre sere al Teatro Brancaccio, perché è uno spettacolo che merita. Tra i più belli che io abbia mai visto. Se non il mio preferito.

Sto parlando, come si deduce dal titolo del post, de “L’Ultima Strega”, musical che potete vedere al Teatro Brancaccio di Roma fino al 6 novembre (e che auspico possa continuare in altri teatri, magari anche più vicini a me, in modo tale da tuffarmi di nuovo tra mille emozioni e riflessioni).

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Il motivo per cui ho inserito un punto interrogativo nel titolo è perché, almeno per me, una volta uscita dal teatro, nella mente si affollano una serie di domande e riflessioni importanti, e una domanda spicca sulle altre: Anna Göldi è stata davvero l’ultima strega ad essere uccisa? Se ci fermiamo a riflettere sul nostro mondo attuale, la risposta – purtroppo – arriva come una profonda pugnalata al petto: No, non lo è. Ancora oggi molte donne vengono umiliate, sottomesse, torturate soprattutto psicologicamente. Vengono etichettate da una società che sa solo parlare male, bisbigliare, sibilare, come serpi pronte a ferire, non accorgendosi che è proprio così, attraverso le parole, attraverso le umiliazioni, relegando il diverso ai margini della società, che puoi portarlo alla morte (anche senza dover usare un boia). Su questa riflessione, però, ci tornerò.

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La storia narrata in questo musical drama ha inizio in Svizzera ai nostri giorni, quando due giornalisti sono chiamati a scrivere un articolo alla vigilia di Natale e decidono di narrare, attraverso un libro che darà loro l’ispirazione, la vita di Anna Göldi, ultima donna condannata a morte per stregoneria a Glarona alla fine del 1700. Iniziano a narrare i fatti proprio dall’esecuzione, per poi tornare indietro, a una festa, dove compaiono tutti i protagonisti della vicenda. Tra questi spicca la figura di Anna, una straniera, una nuova giunta nel piccolo villaggio, che attira l’attenzione di tutti, con i suoi atteggiamenti allegri e gioiosi, e una libertà non proprio in linea con l’atteggiamento che dovrebbero avere le donne dell’epoca. Anna è sola, non è sposata, e ha perduto una figlia appena nata. Sicuramente ha un atteggiamento non consueto per le donne. Anna in breve tempo, porta una nuova luce nell’oscurità del villaggio – che spegne anche il sorriso – suscitando le simpatie del fornaio Leopold e del giovane fabbro Lukas, ma anche della giovanissima Sara, figlia del Giudice Tschudi. Quest’ultimo prova uno strano interesse per la straniera, che accoglie ben presto in casa al suo servizio, per poterla forse controllare e conoscere. D’altro canto però non è ben vista dal parroco Mottini, rigido e fiero nei suoi precetti religiosi, e dagli abitanti del villaggio, così chiusi nel loro mondo, così preda delle loro chiacchiere, delle dicerie, delle insinuazioni e scandali e… dell’ignoranza.
Ma chi è veramente Anna? Che cosa ci fa in quel villaggio? E cosa c’entrano i chiodi trovati in casa del Giudice-Medico Tschudi e che minacciano la salute di sua figlia?

Scrivere di più equivale a svelarvi troppo, e quest’opera merita di essere scoperta, vissuta in prima persona, sedendosi su quelle rosse poltrone del teatro, e lasciandosi condurre per mano dai due gionalisti – che diventano non solo parte narrante ma anche attiva della storia – tra le vie e le case di Glarona.

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Come ho già scritto ho amato questa storia, ho amato ogni singolo aspetto dello spettacolo. Non parlo solo di un cast straordinario che presenta conferme (come Cristian Ruiz e Valeria Monetti), ma anche delle deliziose nuove scoperte (tra cui spicca il talento già presente alla sua tenera età di Mikol Barletta nel ruolo di Sara); ma realmente di ogni elemento. La scrittura e regia di Andrea Palotto, unita alle musiche di Marco Spatuzzi hanno creato un nuovo piccolo gioiello – dopo Processo a Pinocchio, altra opera che adoro e spinge a riflettere -; un capolavoro tutto italiano che dovrebbe ricevere un maggior consenso e amore da parte del pubblico. Chi dice di amare il teatro, non dovrebbe perdere simili spettacoli. C’è una così grande ricerca e cura nei dettagli, un’attenzione particolare non solo nel canto e nella recitazione, ma in ogni gesto, in ogni nota, così come nella semplice ma perfetta scenografia ruotante con quel chiodo gigante che è il simbolo delle vicende narrate e che di volta in volta diventa casa degli Tschudi, chiesa, e altri luoghi importanti; ma anche i costumi (di Bianca Borriello) perfettamente in linea con l’epoca.
I brani non restano tutti subito impressi nella mente, ma basterebbe un ascolto più profondo per imprimerli nel cuore, per far nascere intense riflessioni nell’animo.
C’è molto spazio alla prosa, alla recitazione, lasciando che il canto nasca nei momenti di maggior intensità e dramma, o per meglio presentare i caratteri e le emozioni dei vari personaggi, tutti perfettamente caratterizzati e visibili. Ad ognuno di loro, infatti, è lasciato il suo spazio e, a mio modesto avviso, riescono tutti a mostrare il loro volto al pubblico, a lasciare un segno.
Ecco che allora ti ritrovi a sorridere di fronte agli scambi di battute tra i due giornalisti, portati sul palco da Alessandro Tirocchi e Maurizio Paniconi, divertenti e perfetti nel loro ruolo di narratori, che ti conducono tra passato e presente, e scaturiscono gran parte delle risate.
Come quelle che ti regala il dolce fornaio Leopold – interpretato da Simone Colombari – che trasmette simpatia e tenerezza con il suo amore per la bella Anna e le sue chiacchiere continue che possono essere interrotte solo da un bacio!
Una simile tenerezza è provocata dalla giovane coppia, Lukas e Sara (Giulio Corso e Mikol Barletta), dalla bellezza e delicatezza del primo amore. Così ingenuo, così semplice, così bello. Così lontani da un’oscurità che sembra calare nel luogo. Sara e Lukas portano luce. Il candore, la determinazione e l’innocenza di Sara così persa nelle opere di Shakespeare e Dante; e la timidezza, l’imbarazzo e la goffaggine di Lukas che ama ma non riesce ad esprimere i suoi sentimenti con facilità.
E poi ci sono le donne e madri. Due madri diverse, due madri che forse hanno colpito più il mio cuore, quando le loro voci si intrecciano in alcuni momenti – forse i più intensi dell’opera. Da un lato la moglie di Tschudi, Teresa (Valentina Arena), sottomessa a un uomo che non la ama, religiosa, ma allo stesso tempo tormentata dai rimorsi, da qualcosa di troppo grande che è costretta a celare.
Dall’altro Anna (Valeria Monetti), così piena di luce, ma con un passato denso di oscurità, di tristezza, di ingiustizia. Anna, l’ultima strega, è una donna luminosa, forte e determinata, una donna colta e libera, e proprio per questo non sempre compresa ed emarginata. È la straniera vista male da un popolo ignorante e chiuso. Una donna e madre che ha perso tanto e che vuole risposte, e forse quella felicità che le è stata tolta. Anna appare come una persona molto distante da quella che è la normalità del luogo e quindi è facile accusarla di stregoneria, di maleficio.

Una verità per essere tale deve spazzarne via un’altra?

E poi c’è la chiesa rappresentata dal Prete Mottini (Lorenzo Gioielli), e dall’altro lato la Scienza e la Ragione a cui si ispira il giudice Johann Jakob Tschudi (Cristian Ruiz). Quest’ultimo cerca di portare i valori dell’Illuminismo in un mondo ancora perso in una cultura quasi medievale, ma allo stesso tempo è corrotto dentro, un animo malvagio capace di spazzare tutto ciò che può nuocere a se stesso, alla sua famiglia. Una mente perversa, senza cuore. Un personaggio ambiguo, che però già alla fine del primo atto rivela la sua vera essenza, la sua sete di vendetta.

Da Cristo in poi la storia ha bisogno di persecutori e di martiri, mentre i primi vivono nel peccato, i secondi muoiono in grazia di Dio.

Il giudice (inquisitore) Tschudi è la personificazione del Potere. L’uomo politico che pensa a se stesso, al suo bene, alla sua reputazione, e in apparenza alla sua famiglia. L’uomo politico che sfrutta l’ignoranza del popolo per colpire gli altri, usando capri espiatori – come in questo caso Anna – per i propri fini.

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Valeria Monetti & Cristian Ruiz

Non sono questi elementi attuali?
E nello spettacolo è data voce anche al popolo, tra cui spiccano in particolare Martha Vaart (Manuela Tasciotti) e Clara Zimmermann (Daniela Simula), che appaiono davvero come vipere capaci di sparlare di altre persone, per invidia, o per ignoranza, o per mera volontà di colpire l’altro. Perché, come dicevo all’inizio, è proprio l’ignoranza, unita alle dicerie, alle chiacchiere e alle cattiverie che fanno male, e forse si può dire che è proprio lì che si insinua il male – o per chi crede – il maligno, a discapito della povera gente che è destinata a soffrire o morire.

Tanti i temi, tante le sfumature di colore che i due autori hanno voluto analizzare. Dall’ignoranza delle persone, all’emarginazione del diverso, dall’amore nelle sue diverse forme (tra cui quello di una madre, a mio avviso l’amore più forte che possa esistere), al potere che corrode il cuore e la mente; all’importanza di un nome, che pur cambiando non modifica la vera essenza della persona o dei sentimenti. Ma sicuramente ognuno di noi può trovarci la sua riflessione, le sue domande, le sue risposte.

È uno spettacolo meraviglioso che unisce l’aspetto drammatico a quello divertente. Attraverso alcuni personaggi e battute – anche a doppio senso! – si stempera un po’ la tensione e il dramma, eppure trovo che sia insita proprio in questo una maggior bellezza. Le risate si uniscono alle lacrime. Ci sono momenti in cui l’animo è più sereno, gioioso, in cui quasi viene voglia di unirti al ballo durante la festa o provi una profonda tenerezza, e altri in cui la tua anima viene colpita con violenza e devi lottare molto per trattenere le lacrime. Ogni personaggio si insinua nel tuo cuore, ogni frase se ascoltata attentamente ti spinge a riflettere, alcune più delle altre, e la musica (dal vivo, grazie ai tre musicisti: Andrea Scordia, Tiziano Cofanelli e Federico Zylka) ti trascina in ogni momento, diventa parte essenziale dei personaggi e degli eventi.

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Ancora una volta la coppia Spatuzzi-Palotto è riuscita a produrre un gioiello tutto italiano che colpisce, e che merita di essere conosciuto, di andare avanti e di arrivare ai cuori di quanti più spettatori possibili.
Bisogna riconoscere il talento, la volontà di portare la propria arte sul palco, ma anche l’amore profondo che hanno per il teatro e la musica. Il cast poi è davvero favoloso. Voci splendide, ottima recitazione. Ancora una volta, accanto alle conferme che seguo da tempo, ho potuto scoprire nuovi talenti. Tutti, comunque, in un modo o nell’altro mi hanno colpita, lasciandomi un bel segno nel cuore.

Vi invito ad andare a teatro. Veramente.
Lasciate entrare la vera bellezza nelle vostre vite. Già il mondo è così difficile, così oscuro… fate entrare la luce nelle vostre vite. Date una possibilità al teatro, a questi “piccoli” spettacoli che racchiudono al loro interno un mondo più grande. Non lasciatevi prendere solo da opere che possono intrattenervi, ma anche da quelle che possono farvi pensare, riflettere e… in un certo senso anche crescere. Sono proprio questi, che sia un libro, un film o uno spettacolo teatrale, che possono darvi qualcosa in più.

» Marta

Il caso è lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare.

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Immagine presa dalla pagina facebook del musical.

Testo, Liriche e Regia di Andrea Palotto
Musiche di Marco Spatuzzi
Direzione musicale di Andrea Scordia
Orchestrazioni di Alessandro Taruffi
Coreografie di Giammarco Capogna
Scene Gianluca Amodio
Costumi di Bianca Borriello
Disegno luci Daniele Ceprani
Aiuto regia Emanuela Maiorani

Con:
Valeria Monetti
Cristian Ruiz
con Alessandro Tirocchi
Maurizio Paniconi
Giulio Corso

e con la Partecipazione straordinaria di
Simone Colombari e Lorenzo Gioielli

e (in ordine alfabetico)
Valentina Arena
Daniele Derogatis
Rosy Messina
Michelangelo Nari
Angela Pascucci
Albachiara Porcelli
Daniela Simula
Manuela Tasciotti
e la giovanissima Mikol Barletta

Musicisti:
Andrea Scordia
Tiziano Cofanelli
Federico Zylka

Biglietti in vendita su Ticketone.


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