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» “Villette” di Charlotte Brontë

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Il sole sorpassa l’equinozio, le giornate si accorciano, le foglie si fanno secche; ma… sta arrivando.

Amo i classici. Credo che siano le letture più belle, quelle che anche a distanza di numerosi anni riescono a darti emozioni, a farti riflettere e hanno ancora qualcosa da dire, da comunicare.
Allo stesso tempo, però, sono anche quelle letture di cui è più arduo parlare, forse perché le più studiate, le più analizzate, soprattutto da persone più esperte, che magari hanno studiato in maniera approfondita alcuni autori, e che forse sono più competenti. Infatti, ogni volta per me diventa difficile esprimere i miei pensieri, eppure sono anche dell’idea che ognuno debba essere libero di condividere il proprio parere, giusto o sbagliato che sia. La bellezza dei libri sta nelle emozioni che ti provocano, nella ricerca e magia della parola, in cio’ che gli autori sanno trasmettere con la loro penna.

Di Charlotte Brontë avevo letto solo il suo romanzo più famoso: Jane Eyre. Un’opera che ho profondamente amato e che mi ha spinta ad amare la scrittura della stessa autrice. Attraverso la lettura anche di Villette, posso assolutamente confermare che Charlotte sia diventata una delle mie autrici preferite, al pari della cara Jane Austen.
Di Charlotte amo prima di tutto lo stile. Non saprei definirlo bene, ma adoro il suo modo di descrivere non solo i luoghi ma soprattutto gli stati d’animo ed emotivi dei personaggi. Lei sembra davvero analizzare i suoi personaggi, con delicatezza ma anche trasmettendo l’aspetto più impetuoso dell’animo umano. È come se fosse un’attenta osservatrice delle persone, e cercasse di trasportare su carta la loro essenza; oltre ovviamente a tratteggiare la società nella quale vive e in un certo senso a “criticarla”, mettendola così in mostra.

Di Charlotte però amo anche la sua voglia di rendere protagonisti dei personaggi che non sono belli e perfetti, ma anzi, hanno sfumature più cupe, e non sono dotati di questa grande bellezza fisica che spesso compare nelle letture più “moderne” e contemporanee. Come Jane Eyre, infatti, Lucy Snowe potrebbe apparire tranquillamente sullo sfondo, osservando la vita che scorre veloce, come mera spettatrice di persone molto più in vista, più belle. La loro bellezza fisica e civettuola, la loro determinazione, spiccano nonostante la frivolezza dei modi e dei pensieri, l’ignoranza e la superficialità nei rapporti e nei confronti della vita.

Lucy Snowe non è dotata di una grande bellezza, è semplice e sfortunata, timida e riservata e potrebbe essere vista a uno sguardo esterno come una persona fredda e distaccata. Eppure, pian piano si rivela anche se non del tutto. Sì, perché Lucy parla al lettore, ma sembra sempre nascondere qualcosa – come il suo passato e la sua famiglia di cui apprendiamo poco e niente -.
Lucy è anche una donna sola, quasi emarginata da una vita o meglio dire un fato che sembra metterla sempre di fronte ad avvenimenti non piacevoli, come se volesse costantemente spronarla all’azione. Questa solitudine e malinconia pervadono l’intero romanzo e sembrano anche essere l’annuncio di un finale che mi ha devastata. Proprio per questo non sono riuscita a parlarne subito. Una volta concluso il romanzo, mi sono sentita persa, spaesata. Quasi non volevo accettare quel finale. Anche se in fondo dentro di me lo sentivo, e poi credo che l’ultimo capitolo sia il più bello. Il più spiazzante ma anche il più emozionante e profondo.

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Ma di cosa parla?
Villette è la storia di Lucy Snowe, una ragazza inglese di 23 anni, che una serie di spiacevoli eventi ha reso sola. Non ha più la sua famiglia, né contatti con la sua madrina, Mrs Bretton a casa della quale in realtà ha inizio la storia (e dove conosceremo personaggi molto importanti per la trama). Lucy riesce a trovare un lavoro, come aiutante di un’anziana signora, ma ben presto il fato s’intromette di nuovo nella sua vita e la sfortunata protagonista è costretta a prendere una decisione importante: lasciare la sua Inghilterra e trasferirsi altrove. Durante il suo viaggio, farà la conoscenza di una bellissima quanto frivola ragazza, Ginevra Fanshawe, che le dirà di studiare presso un collegio di Villette, una città che ricalca la Bruxelles nella quale Charlotte Brontë ha vissuto e studiato. Ed è proprio lì che finirà per andare, trovando lavoro nel medesimo collegio, gestito da Mme Beck, una personalità alquanto strana, dapprima come istitutrice per le sue bambine, e poi come insegnante di inglese. A Villette Lucy farà la conoscenza di numerosi personaggi, alcuni anche del suo passato, e vivrà emozioni molto forti, oltre a far i conti con il suo carattere, la sua fede, e delle crisi emotive, tra i momenti più intensi descritti dall’autrice. Tra i tanti, importante per lei, si rivelerà Mr. Paul Emanuel, cugino di Mme Beck, e insegnante di letteratura, con la quale si scontrerà più volte a causa del carattere di lui, così focoso e irrascibile, fino a raggiungere un diverso tipo di rapporto, un’amicizia speciale che poi sboccerà in un amore. Un sentimento però non frivolo e prettamente romantico, ma più profondo. Un amore che sa superare le differenze di religione tra i due, e che l’aiuterà anche in un certo senso a trovare il suo posto nel mondo, e a trovare la sua indipendenza economica che persegue per tutta la vita.

Vedere e conoscere il peggio è togliere alla paura il suo più grande vantaggio.

La storia narrata in Villette però non è una semplice storia d’amore, non si parla di romanticismo, bensì è molto più profonda, molto più introspettiva. Attraverso le sue parole, Lucy ci permette di accedere a piccoli passi nel suo animo, e nel corso della sua vita possiamo scorgere anche un cambiamento in lei. Da ragazza spaesata e sola, in un mondo completamente diverso dalla sua casa, da semplice spettatrice, Lucy cerca di trovare risposta alle sue domande, di trovare un piccolo spazio in un mondo e una realtà non facile.

Accanto a lei ci sono altre figure che però, sebbene siano più in vista e trovino subito il loro ruolo nella società, a mio avviso appaiono meno marcate rispetto a lei. Da un lato abbiamo diverse donne, tutte con un proprio carattere. Ci sono le giovani Ginevra e Paulina, di differente bellezza e personalità. Se la prima appare frivola e anche un po’ ignorante, tutta concentrata sull’aspetto materialistico ma anche nella continua voglia di avere tutte le attenzioni su di sé, ma anche gioiosa ed esuberante (e a tratti a mio avviso insopportabile nella sua insistenza); la seconda la vediamo in due contesti diversi: in un primo tempo scorgiamo una bambina molto piccola che però si dimostra essere già adulta per la sua tenera età, e poi ritroviamo una donna che però sembra molto infantile, un piccolo folletto dal cuore dolce e genuino come quello di un bambino, ma molto in linea con ciò che vuole la società. Abbiamo poi Mme Beck, un personaggio alquanto strano e ambiguo. Appare subito molto pratica, molto silenziosa, quasi come un “fantasma” che deve controllare tutto, anche andando al di là della “privacy” delle persone, e che non ci metterà due volte a contrastare qualcosa che non ritiene corretto o che può andarle contro. Io l’ho trovata molto autoritaria, ma anche una persona abbastanza egoista.
Tra gli uomini sicuramente da menzionare sono due: il dottor John Graham e il professore Paul Emanuel, verso i quali la protagonista proverà sentimenti importanti. Il primo è una persona importante per la vita di Lucy, ma anche lui appare come una persona non così profonda, a mio avviso. Si innamora facilmente di Ginevra, per poi spostare il suo interesse verso la piccola Paulina. Sembra una figura un po’ superficiale, nonostante la protagonista lo esalti molto. Non è una persona cattiva, ma, nonostante la sua bellezza e un cuore comunque bello soprattutto nei confronti di una madre al quale è molto devoto, non mi ha colpito in maniera così intensa.L’altro inizialmente appare come una persona troppo focosa, troppo brusca e impetuosa. Lo vedi spesso reagire male, quasi colpire con fervore la povera Lucy, soltanto perché vista in maniera forse errata, per una religione totalmente diversa dalla sua. Eppure, dietro quell’aspetto – come spesso accade – si nasconde una persona dal cuore splendido, che riuscirà ad aiutare la giovane protagonista, riempendo forse quel vuoto, quella solitudine profonda nella quale vive. Un personaggio di cui non puoi non finire per provare affetto.

… le persone che hanno sofferto un lutto raccolgono sempre gelosamente le loro reliquie le chiudono a chiave; non è sopportabile lasciarsi pugnalare ogni momento il cuore dall’affilato risorgere del rimpianto.

A distanza di tempo dalla lettura, mi sono molto ritrovata nella protagonista e ho ammirato, come per Jane Eyre, la sua forza d’animo. Lucy si ritrova sola, non ha più nessuno, eppure nonostante delle forti crisi emotive, scaturite da questa immensa solitudine e non solo, riesce ad andare avanti, ad affrontare una vita nuova, a riniziare da capo e soprattutto non si ferma di fronte alle avversità o a una società che detta le sue regole. Lucy vuole trovare la sua indipendenza economica, vuole vivere del suo lavoro, e si impegna al massimo per questo. E Lucy è capace di analizzare l’animo umano. Osserva molto. Essere una persona che sa controllare il suo umore, o che non si dimostra esuberante, ma anzi appare fredda e distaccata, non significa non avere un mondo dentro, un mondo da regalare però a persone con dei valori, che si amano, e di cui puoi fidarti. È una di quelle persone, a mio avviso, che nonostante la vita sia crudele con lei, nonostante le sue fragilità, trova la forza di reagire, di andare avanti e lottare per ciò che ritiene importante. Anche se alla fine questo forte senso di tristezza e malinconia non cessa, anzi è incrementato in un finale che spiazza e lascia increduli.

Ovviamente, come in Jane Eyre, c’è anche una componente “soprannaturale” che lascia un po’ con il fiato sospeso. In questo caso c’è il fantasma di una suora che si aggira per il collegio, e che va a sconvolgere ancor di più la psiche della protagonista.
Lucy comunque appare sempre come una persona presa da una lotta interiore. Se all’esterno appare remissiva, pacata, e a tratti fredda e immobile, dentro sembra celare una gran passione che spesso la porta ad avere profondi turbamenti.
Il romanzo, infatti, è più una sorta di trattato psicologico e introspettivo, uno spaccato della società dell’epoca e delle persone, che non sono giudicate, ma appaiono agli occhi di Lucy e alla sua descrizione per i loro pregi e i loro difetti.

Mi piace veder crescere i fiori, una volta colti non mi piacciono più. Li guardo come rose senza radice e prossime a morire; la loro somiglianza con la vita mi rattrista.
Non offro mai fiori a coloro che amo; non desidero mai riceverne dalle mani che mi sono care.

Inizialmente può apparire prolisso e un pochino pesante, ma è solo quando finalmente M. Paul acquisisce un ruolo davvero importante, che la lettura si fa più intensa, più interessante, più avvicente, forse perché non si ferma più all’analisi meramente psicologica ma subentra una trama più precisa.
Forse non è una lettura facile, anche io ho trovato difficoltà nella prima parte, ma poi sono rimasta rapita, per poi essere sconvolta dentro, in maniera davvero forte.
Proprio per questo vi invito a non fermarvi subito, ma a provare ad andare avanti, perché pur presentando delle somiglianze con il suo romanzo più famoso, è molto più maturo, molto più forse cupo e profondo.

Ma c’è anche da dire che è stato scritto negli ultimi anni di vita di Charlotte, quando la morte le aveva già portato via affetti troppo importanti, come le sue amate sorelle. E questa tristezza, questa malinconia, questo senso di solitudine colpiscono, permeano tutta l’opera.
Un romanzo che comunque ho amato molto, forse anche perché letto in un periodo in cui anche io provo sentimenti simili, sono alla ricerca del mio posto nel mondo, e mi sento un po’ come Lucy: all’apparenza fredda, remissiva e distaccata, ma con un fuoco dentro che non riesco a far esplodere e che spesso mi porta ad avere momenti di crisi. Soprattutto perché spesso sembro essere messa in sospeso, al ruolo di spettatrice…
Ma, in fondo, come lei… non voglio piacere al mondo, ma essere amata da chi amo, così da riconoscermi vera, reale. Un amore profondo. Vero. Reale.
È un po’ il riflesso delle crisi esistenziali che un po’ tutti abbiamo, no?

L’amore che sboccia dalla bellezza non era fatto per me: non avevo nulla in comune con esso. Non potevo osare intromettermi là dov’ero. Ma un altro amore, quello che si avventura con diffidenza nella vita dopo una lunga conoscenza, temprato dal dolore come in una fornace, segnato col marchio della costanza, consolidato dalla lega pura e durevole dell’affetto, sottomesso dall’intelletto alle prove dell’intelletto stesso, e finalmente portato, dal suo stesso corso alla sua perfetta completezza: nell’Amore che ride della passione, delle sue rapide follie e del suo caldo e rapido svanire, in questo io avevo investito tutto il mio interesse; e non potevo osservare impassibile tutto quanto tendeva alla sua crescita o alla sua distruzione.

Insomma, un romanzo che consiglio!
Due unici appunti: se non volete capire il finale, non leggete subito l’introduzione, ma fatelo alla fine.
Inoltre, non ho ben compreso perché non inserire note di traduzione delle diverse frasi lasciate in francese. Io non ho avuto grandi difficoltà, ma sarebbe stato forse meglio averle tradotte – anche in basso, come note – in modo tale da apprezzare del tutto ogni aspetto, ogni dialogo.

 

 

 

 

♦ Link per acquistarlo su Amazon:  Villette

Casa Editrice: Fazi
Introduzione di Antonella Anedda
Traduzione di Simone Caltabellota
Collana: Le strade
pp. 634
Prezzo: cartaceo 14,90 euro, ebook 6,99 euro
Data Pubblicazione: 07-11-2013

 

Voto: ♥♥♥♥♥/5

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2 thoughts on “» “Villette” di Charlotte Brontë”

  1. Altro appunto da prendere! Ottimo, ho letto solo Jane Eyre, e sì, la forte (e dura, quasi spietata) componente autobiografica dell’opera mi aveva in primo tempo spiazzata: avevo compreso perché le riduzioni cinematografiche, dal bianco e nero ai giorni nostri, hanno sempre accuratamente e unanimemente tagliato via grosse parti del romanzo, per adattarlo al grande schermo (scelta che ho approvato, perché mi sembrava inevitabile). L’animo e le esperienze di Charlotte si scoprono in Jane Eyre in maniera impressionante e spesso triste e complessa, oggetto di grandi riflessioni psicologiche sulla suo stato mentale.
    E dalla tua analisi sembra che il tocco autobiografico dell’autrice sia senz’altro presente anche qui.. e come potrebbe essere altrimenti…
    Non deve mancarmi questo libro, voglio leggerlo! Grazie della dritta ^_^

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    1. Grazie a te per aver letto e lasciato il tuo pensiero! 🙂
      Io credo che i romanzi di Charlotte Brontë – come quelli delle sue sorelle – vadano tutti recuperati! Ne devo leggere altri, ma… finora li consiglio tutti! C’è molto di lei nei suoi romanzi, molta della sua vita e credo anche della sua forza d’animo di fronte a un destino non facile. Ho tanto amato Jane Eyre, ma questo forse è ancor più malinconico e triste, più introspettivo, ma… come si capisce, mi è piaciuto moltissimo, forse perché per alcuni versi – non tutti – mi sento affine al personaggio, in un certo senso.

      Sono contenta che anche attraverso le mie parole, ti abbia spinta a volerlo! Merita, davvero! 🙂

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