Arte, Fotografia

» I Fiori del Male: mostra foto-documentaria.

Io non ho bisogno di denaro,
ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti.

Ho bisogno di poesia, questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

(Alda Merini, Terra d’amore: poesie, racconti, aforismi. )

dav
Il catalogo della mostra.

 

 

Due giorni fa sono andata all’inaugurazione di una mostra fotografica e documentaria nella mia città. Ero subito rimasta colpita dal tema trattato, forte, ma molto interessante a mio parere.

Il tema: “I fiori del male”- donne in manicomio nel regime fascista, a cura di Annacarla Valeriano e Costantino di Sante.

Lo so è un tema molto importante e non adatto forse a tutti. Io però l’ho trovato degno di interesse, anche perché sono sempre stata “affascinata” da queste donne che per la loro forte sensibilità, per le loro paure, o per altri assurdi motivi sono state ritenute pazze e internate in manicomi. Ho particolarmente apprezzato il tentativo dei curatori di voler restituire voce e umanità alle tante recluse che furono estromesse e marginalizzate dalla società dell’epoca.

La conferenza stampa si è aperta con due interventi molto interessanti da parte di una scrittrice, Luana Trapè, e di uno psichiatra, Alberto Mancini, che ci hanno permesso un po’ di conoscere e di “entrare” attraverso le immagini e i documenti o l’esperienza sul campo in questi edifici, in particolare presso il manicomio di Fermo.

davLa scrittrice, Luana Trapè, ci ha condotti attraverso la sua personale esperienza. Ha potuto accedere in questi luoghi, vedere con i propri occhi quelle stanze che avevano accolto le grida e le difficoltà delle persone recluse, i loro pensieri, le loro paure, i segni lasciati sul muro. Attraverso l’analisi dei documenti dell’epoca (in particolar modo di fine 800), con cartelle cliniche ricche di dettagli sui motivi per cui erano qui rinchiuse, ha potuto imbattersi su una storia che ha voluto portare poi su carta, romanzandola in molti dettagli, ma cercando comunque di dare voce a un uomo e alla sua caduta nell’inferno del manicomio. Il frutto delle sue ricerche e del suo lavoro ha dato vita al romanzo “Il Cappotto Bianco”: una storia d’amore e di coraggio tra Luigi,  che dopo essere stato vittima di feroci attacchi e aver tentato il suicidio, viene rinchiuso in manicomio e di Lucia, la sua amata, che cerca di tirarlo fuori da quell’inferno.

davAlberto Mancini, invece, è uno psichiatra che si è ritrovato a lavorare presso il medesimo manicomio di Fermo, a incontrare molti casi importanti della mente. A cercare di analizzarla, di comprendere i motivi per i quali scattano certe emozioni/atteggiamenti, di trovare gli aiuti necessari per chi si ritrova a vedere spezzato quel fragile equilibrio tra la corteccia cerebrale e le pulsioni. Disturbi spesso influenzati dal difficile contesto in cui si vive, dalla rigidità della società, del buon costume, dalla quantità eccessiva di lavoro e attese che generano sbalzi di umore, spesso senza controllo. Attraverso le sue parole era anche facile immaginare la durezza di quei luoghi totalmente chiusi con l’esterno, di un annullamento totale della persona e della sua personalità, di metodi esagerati… come le camicie di forza, o l’uso di fasce per legarle al letto. Molte di queste persone, poi, finivano per abituarsi a quella vita, incapaci di ritrovarsi nel mondo. Almeno fino alla legge Basaglia del 1978, che stabilì la dismissione dei vecchi manicomi e la loro sostituzione con strutture ambulatoriali aperte che garantissero ai malati terapie più efficaci e più accettabili dal punto di vista della dignità umana, e un graduale ritorno proprio in quella società che li aveva emarginati.

davDa queste parole ed esperienze, e attraverso le letture di alcune lettere da parte di Cristiana Castelli, con intermezzi musicali di Argeo Polloni, si è arrivati alla spiegazione della mostra e alla sua visione. E credetemi, vedere quei volti è stato molto forte, specialmente la sezione dedicata alle bambine mi ha toccato il cuore in profondità, provocandomi un accesso di rabbia, lo ammetto.

Lo scopo di questa mostra, come già accennato all’inizio di questo mio articolo, è stato quello di valorizzare e divulgare le memorie dell’ospedale psichiatrico Sant’Abate di Teramo, per dare voce e un volto a tutte quelle donne che per motivi diversi sono state qui rinchiuse, e spesso in questi luoghi hanno finito le loro esistenze. Donne, Madri, ma anche nubili e bambine, la cui unica colpa spesso era quella di non rispettare le buone norme dell’epoca, che provenivano da contesti intrisi di violenza domestica, di miseria e sopraffazioni, e storie di lavoro sfiancante che debilita la mente. Secondo le regole dell’epoca fascista, le donne dovevano essere sottomesse agli uomini, buone madri di famiglia, occuparsi della casa, aiutare i mariti in campagna, e sottostare alla loro autorità.

davMa provenivano anche da contesti dove la malnutrizione era molto forte, e si dava molta importanza alla magia. Per le famiglie più povere, infatti, il manicomio era l’ultima soluzione: prima ricorrevano all’uso di fatture grazie a Stregoni che potevano togliere loro il malocchio, o annullare quei comportamenti devianti, fuori dalla norma, dalle regole di una società.

Ma soprattutto c’era un continuo rimando alla moralità e al buon costume. Tutta la storia di questa devianza femminile viene costruita sulla dimensione sessuale, sul carattere esuberante e libertino di certe donne, che non dovrebbero mostrare in società.

davMa tutto ciò non nasce solo con l’avvento del Fascismo, ma da una serie di pensieri di storici, letterati, sociologi e antropologi che già dall’800 hanno provato a teorizzare la devianza femminile e che il regime ha rielaborato per imporre le sue regole.

Si riteneva,  ad esempio, che la donna fosse un essere fragilissimo, debole, e che il cervello femminile pesasse meno di quello maschile. Insomma, che fossero più stupide, ma avessero un cuore più grande da dedicare ai propri figli. Nel momento in cui vanno contro queste regole, o non riescono ad  essere buone madri, mogli, e ad occuparsi dei loro figli, del ruolo stabilito, ecco che vengono ritenute pazze, emarginate dalla società, rinchiuse in questi edifici spesso non adatti, cercando così di rieducarle, o di reprimere certi comportamenti che potessero nuocere alla comunità. Annullare la personalità dell’individuo.

davC’era però un tentativo di conservare almeno un barlume di lucidità, e di tentare di avere rapporti con l’esterno, di sentirsi ancora un essere umano… Scrivere.
La scrittura di lettere ai parenti – che però non venivano mai consegnate – era l’unico modo per non morire totalmente. Per conservare la propria umanità, il proprio io, e non cadere del tutto in quel baratro infernale.

Con l’avvento del Fascismo, insieme alle cartelle cliniche compaiono le foto delle recluse, allo scopo di segnalare il viso della ricoverata, di rinvenire nella sua espressione quei segni di devianza.

E la mostra, suddivisa in sei sezioni, mostra proprio questo: lettere, foto, cartelle cliniche e informazioni storiche su questo tema. Potrete vedere i volti segnati dalla vita tra quelle bianche mura. Potrete fissare i loro sguardi cercando ancora una scintilla di vita e di personalità, o cercando di riscontrare quei segni di devianza della quale erano accusate. Vedrete volti di bambine, di ragazze, di anziane. Varie tipologie di donne segnate dalla violenza domestica, da un’esuberanza non adatta all’epoca, di donne segnate dalla paura della guerra, isteriche, di madri incapaci di amare i loro figli ed occuparsi di loro. Anime fragili sì, ma perché in lotta contro una società che non dava loro voce, opportunità, e per questo emarginate, disprezzate, chiuse tra quattro mura e annullate.
Ma scorgerete anche sorrisi, stanchezza, e forse chissà, anche segni di ciò che erano costrette a subire…

Fiori recisi prematuramente – come si legge nel catalogo -: le loro vite si sono interrotte, i loro desideri sono stati smorzati, le loro speranze si sono infrante…

È una mostra molto interessante a mio avviso, tanto da aver portato a casa con me anche il catalogo.
È stata realizzata dalla Fondazione Università degli Studi di Teramo in collaborazione con il Dipartimento di salute mentale della Asl di Teramo e l’Archivio di Stato di Teramo.

Potete vederla, in maniera gratuita, presso il Palazzo dei Capitani di Ascoli Piceno, fino al 22 Marzo. 
Mattina: dalle 10 alle 12
Pomeriggio: dalle 16 alle 17

Ingresso Libero.

mde

 

 

 

E sì, finalmente vi ho parlato anche un po’ di arte/fotografia! Ma state pronti a ricevere altri articoli a riguardo!

A presto,

Marta.

 

 

 

 

 

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2 thoughts on “» I Fiori del Male: mostra foto-documentaria.”

  1. Hai mai visto il film Prendimi l’anima di Roberto Faenza? Visto il tema potrebbe piacerti, io l’ho amato!
    Sabrina, una compagna di corso! 😉

    Mi piace

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