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» Letture forti, ma consigliate #2: “Io non mi chiamo Miriam” di Majgull Axelsson

Recensione (2)

Torno a parlare di un libro con una tematica forte.
Una lettura conclusa qualche mese fa, ma di cui ancora non ho avuto la possibilità di parlare.
Un libro che ha subito attirato la mia attenzione e che consiglio a tutti di leggere.
Perché? Perché è originale, ben scritto, e nonostante parli di campi di concentramento, di una delle pagine più tristi della storia umana, riesce a entrare nel cuore, grazie a uno stile tale che ti trascina nella storia di una donna che per tutta la vita ha dovuto lottare per sopravvivere anche a costo di dover nascondere la sua vera identità, di appropriarsi del nome e della vita di un’altra, per poter andare avanti. 

“Io non mi chiamo Miriam” è un’opera di Majgull Axelsson, pubblicata pochi mesi fa dalla casa editrice Iperborea. Narra la storia di Miriam, un’anziana signora svedese che il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, dopo aver ricevuto come regalo un bracciale d’argento, un pezzo di artigianato zingaro, rivela una frase che turba i suoi famigliari: “Io non mi chiamo Miriam”, appunto.

Suo figlio, la moglie e soprattutto sua nipote restano sconvolti, credendo che la donna inizi a dare i primi segni di senilità, nonostante sia sempre stata una persona molto forte. Ma la verità è un’altra, e affonda nel suo passato. In un’epoca in cui il mondo fu sconvolto da fatti troppo incredibili e cruenti per essere accettati. In un’epoca in cui le persone dovevano lottare per sopravvivere in condizioni disumane, per non perdere la propria umanità, nonostante altri li vedessero come oggetti, destinati a scomparire – lentamente – dalla faccia della terra.
Miriam è un nome falso. Ben presto, infatti, parlando con sua nipote Camilla, rivela flash della sua vita passata che ha sempre cercato di mettere in un angolino della sua mente, del suo cuore, in scompartimenti chiusi a chiave, per essere dimenticati, per poter riuscire a vivere.

Dimentica. Dimentica. Dimentica.  E sopravvivi.

Dalle sue parole, da questo continuo alternarsi tra passato e presente, scopriamo insieme a Camilla che la realtà è davvero diversa. Miriam, quella nonna che conosceva così profondamente, non è affatto chi dice di essere. Non è un’ebrea sopravvissuta ai campi di concentramento. No. Il suo nome era Malika, ed era una ragazza rom.

Sta qui, a mio parere, l’originalità di questo romanzo. Abituati a storie con protagonisti ebrei, tra queste pagine si mette in luce un’altra verità. In mezzo a quei campi non morirono solo ebrei, ma anche tante altre persone: dagli oppositori politici, alle persone malate, dagli omosessuali… ai rom. Quello che emerge però è anche la difficoltà di essere Rom all’epoca. Questa comunità era disprezzata anche dagli altri prigionieri. Essere rom era una vera e propria condanna. Erano visti come ladri, come persone spregevoli. Non c’era una vera e propria empatia nei loro riguardi.

I nazisti odiavano gli ebrei più di quanto odiassero gli zingari. E però gli altri prigionieri disprezzavano gli zingari più degli ebrei.

Zingari, si sa come sono fatti quelli…

Ed è per questo che durante il trasferimento da Auschwitz a Ravensbrück, Malika compie un gesto che la porterà a dover sconvolgere il suo passato, ad abbandonarlo, a – in un certo senso – tradirlo, per prendere in mano una nuova essenza, una nuova vita. Malika pian piano lascia il posto a Miriam, una donna ebrea, ormai sola, che cerca di sopravvivere nonostante la crudeltà umana, la lotta per ottenere del cibo, per non morire… perché lei preferisce essere un cadavere intatto.

Ma neanche quando raggiungerà quel barlume di libertà in Svezia, potrà essere se stessa. Anche qui, in questo paese lontano e apparentemente più aperto, le difficoltà per gli zingari sono tante. Anche qui rischiano la vita. Anche qui i cosiddetti tattare non sono ben accetti.
Che cosa è la Libertà, per Miriam? L’ha davvero raggiunta in quel nuovo paese, in quella nuova casa?

Quello che viene mostrata in questo libro non è quindi una semplice narrazione di una sopravvissuta ad Auschwitz, bensì anche un’analisi profonda sul significato di vivere un’intera vita su segreti che non possono essere rivelati. Miriam/Malika vive un’intera esistenza dovendo soppesare in maniera costante cosa dire e cosa non dire, per non essere cacciata, disprezzata, uccisa, per non perdere le persone che ama e che l’hanno accolta con tanto affetto. È anche un romanzo sulla fiducia, sulla difficoltà di donarla a qualcuno, per non essere traditi, per non essere feriti, per non rischiare la stessa sopravvivenza.
È la storia di una ragazza, poi donna, che si ritrova sola… avendo perso tutta la sua famiglia, soprattutto avendo visto morire in modo atroce il suo piccolo fratellino Didi verso il quale proverà sempre un senso di colpa e tradimento. Una ragazza che dovrà rimanere sempre all’erta, che non potrà mai fidarsi ciecamente di nessuno.

Sono una traditrice […] Ho tradito quella che ero. Anche se in realtà non capisco perché….
[…]

Potrei dire di averlo fatto solo perché desideravo tanto sopravvivere, ma non è vero. In realtà non volevo vivere. Didi era appena morto e Anuscha lo era da tempo. Però volevo essere un cadavere intatto, non volevo morire fucilata o fustigata o uccisa a calci… non so perché. Ma era così. Volevo essere un cadavere intatto.

Provate ad immaginare un’intera vita nei panni di un’altra. Dover cambiare il tuo nome, ripudiare il tuo passato, la tua famiglia, pur di poter vivere finalmente in pace. Eppure avere sempre quella paura di essere riconosciuta, di rivelare – compiendo un passo falso – la sua vera identità, di essere cacciata, ferita, o addirittura uccisa dalle persone che ora sembrano volerle bene ed accoglierla in casa come una famiglia.

Immaginate poi l’esperienza e i sentimenti di una ragazza che deve tornare a vivere. Che non sa come sia ora il mondo, quali siano i pensieri di questo nuovo popolo nordico, le loro emozioni. Vivere guardandosi sempre alle spalle. Senza tradirsi. Senza esporsi.

È un libro molto forte… sia per le scene descritte nei campi di sterminio, molto crude, sia per le difficoltà che ha Malika di tornare a vivere una sorta di libertà.
Immagini che straziano il cuore, ma nelle quali ti immergi totalmente, volendo sapere di più, provando anche tanta pena per lei, per i suoi profondi sensi di colpa. Per le sue paure. Ma provando anche tanta ammirazione per la sua forza, il suo coraggio.

Vietato essere tristi, mai mostrarsi malinconici, mai rinchiudersi in se stessi e lasciare spazio ai ricordi.

È una lettura non facile, ma che vi invito a scoprire.
Vi consiglio di procurarvi la copia cartacea, anche perché personalmente trovo bellissime le edizioni di questa casa editrice.


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Io non mi chiamo Miriam, di Majgull Axelsson

Editore: Iperborea
Pagine: 576
Prezzo: 19,50 euro (Cartaceo) – 9,99 euro (ebook)

Link Amazon.

Voto: ♥♥♥♥♥/5

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