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» Novecento, di Alessandro Baricco

 

Recensione (7)

 

 

Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento.
Un nome particolare per una figura altrettanto particolare e degna di nota.
Un nome dato a un bambino trovato su una nave – Virginian – diretta in America. Quel luogo tanto sognato, pieno di speranze, di una nuova vita.
Un bambino lasciato sopra un pianoforte. Uno strumento che diventerà parte integrante della sua anima, un prolungamento del suo corpo, la realizzazione della poesia che si annida nel suo cuore.

Ogni volta che entravo in libreria scorrevo con gli occhi i vari titoli di Alessandro Baricco. Ammetto, in tutta sincerità, di non aver mai letto nulla di suo prima di ora, ma sono sempre stata curiosa. Tentata. E finalmente ho potuto sanare un po’ di curiosità, prendendo due titoli dalla libreria del mio ragazzo. Novecento, che ho divorato nel giro di pochissimo, e Seta (che, invece, devo ancora leggere).
Di Novecento sapevo la storia perché incantata dalla trasposizione cinematografica che, ora posso dirlo, rappresenta al meglio – almeno per me – quanto scritto in quelle pagine. Ho amato il film. Totalmente. È difficile che un film possa ricreare tutte le sfumature di un libro, ma a mio avviso con La Leggenda del Pianista sull’Oceano ci sono riusciti!
Ho amato il libro. E ogni volta che scorrevo quelle righe rivedevo le immagini del film, come se la voce stessa degli attori risuonasse nelle mie orecchie.

Più che un romanzo, è un lungo racconto teatrale che scorre in maniera veloce ma che profuma di emozioni, storia, sentimenti e soprattutto… musica.
Una musica che puoi provare a immaginare, che scorre tra quelle parole, e prende vita.

La musica Jazz. 

 

«Cos’era?»
«Non lo so.»
Gli si illuminarono gli occhi.

«Quando non sai cos’è, allora è jazz.»

 

Ma anche un’altra forma. Quella unica, personale, preziosa di un bambino ormai cresciuto che sa incantare le persone.
Di un uomo che conserva però quell’anima infantile che non dovrebbe mai essere perduta, e che gli fa vedere le cose in maniera diversa, più profonda forse, più bella. Più unica.

Il più grande.

 

Lo era davvero, il più grande. Noi suonavamo musica, lui era qualcosa di diverso. Lui suonava… non esisteva quella roba, prima che la suonasse lui, okay? Non c’era da nessuna parte. E quando lui si alzava dal piano, non c’era più… e non c’era più per sempre… Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento. L’ultima volta che l’ho visto era seduto su una bomba. Sul serio. Stava seduto su una carica di dinamite grande così. Una lunga storia… Lui diceva: “Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”. Lui l’aveva una… buona storia. Lui era la sua buona storia.

Cullato dalle onde dell’oceano. Lui danza. Tra le onde e nella musica.
La sente scorrere nelle sue vene. Pulsa nella sua anima, si diffonde e ammalia tutti coloro che hanno la fortuna di ascoltarlo.
Ma Novecento è anche indecifrabile. Nessuno può comprendere appieno i motivi per cui quell’anima fatta di malinconia e poesia non riesce ad abbandonare la nave. Ci prova, Novecento, fa un passo, uno scalino, e un altro ancora. Ma poi si ferma. Osserva quell’infinità che è il mondo al di fuori del suo “porto sicuro”, della sua oasi di pace, e sembra arrestarsi. Come spaventato. Come se non fosse capace di proseguire, andare avanti, correre incontro a una vita diversa, lontana dal suo pianoforte, lontana dalle onde, con i piedi sulla terraferma.

 

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Suonavamo perché l’Oceano è grande, e fa paura, suonavamo perché la gente non sentisse passare il tempo, e si dimenticasse dov’era e chi era. Suonavamo per farli ballare, perché se balli non puoi morire, e ti senti Dio. E suonavamo il ragtime, perché è la musica su cui Dio balla, quando nessuno lo vede. Su cui Dio ballava, se solo era negro.

 

 

 

Ma Novecento non si può dire non abbia vissuto.
Lui ha osservato, ha rapito la vita degli altri, l’ha fatta sua. Lui che sa leggere la gente, ha cercato in tutti quei viaggi che portano le persone verso la realizzazione di un sogno, di una speranza, di una nuova vita fatta magari di certezze in più, tutto il loro mondo, le loro idee, le loro vite. Creando così quell’immagine di un mondo che non poteva vivere al di fuori della Nave.

 

Il mondo, magari, non l’aveva visto mai. Ma erano ventisette anni che il mondo passava su quella nave: ed erano ventisette anni che lui, su quella nave, lo spiava. E gli rubava l’anima.

In questo era un genio, niente da dire. Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli sono buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia… Tutta scritta, addosso. Lui leggeva, e con cura infinita, catalogava, sistemava, ordinava… Ogni giorno aggiungeva un piccolo pezzo a quella immensa mappa che stava disegnandosi nella testa, immensa, la mappa del mondo, del mondo intero, da un capo all’altro, città enormi e angoli di bar, lunghi fiumi, pozzanghere, aerei, leoni, una mappa meravigliosa. Ci viaggiava sopra da dio, poi, mentre le dita gli scivolavano sui tasti, accarezzando le curve di un ragtime.

 

 

Malinconia e una sorta di solitudine si possono riflettere tra queste poche, ma intense, pagine.
E quello che colpisce particolarmente e che vi invito a leggere con attenzione è il monologo finale. Quello comunicato al mondo proprio da Novecento stesso. E di cui vi lascio un breve estratto.

 

Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo posso vivere.

 

 

Bellissimo e intenso. In questa parte finale lui, con parole dense di significato e anche una sorta di poesia – a mio parere – cerca di spiegare al suo “pubblico” il motivo per cui quel giorno non è riuscito ad andare oltre quei pochi scalini che lo avrebbero condotto alla terra ferma. Il mondo lì fuori dal Virginian è infinito e può far paura a chi non l’ha mai vissuto. Non puoi controllarlo, se sei abituato a vivere sin dalla più tenera infanzia sulla nave. Eppure Novecento, come già detto, il mondo l’ha vissuto lo stesso: attraverso gli occhi e il sorriso delle donne, attraverso quelli luminosi di un bambino, tramite le amicizie condivise e trovate. Ma Novecento è e sarà sempre parte integrante della nave. Impossibile per lui lasciarla. Impossibile vivere in un mondo tanto sconfinato e forse lontano.

Mancanza di coraggio? Paura? Difficoltà?
Forse. Eppure non si può condannarlo. Lo si può comprendere. E alla fine seppur con molta malinconia lo lascia andare… ma la bellezza del personaggio tratteggiato con tale cura resta.
Resterà sempre impressa.

Insomma. Ho adorato questo libro. E anche se magari lo avrete letto in tanti, lo consiglio a chi, come me, ancora non ha avuto questa opportunità. Così come vi consiglio il film!

 

 


Novecento_BariccoNovecento, Alessandro Baricco
Feltrinelli
Pagine: 62
Prezzo: 6 euro

 

voto: ♥♥♥♥♥

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