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» Il garzone del boia, Simone Censi – Recensione

Recensione

 

Negli ultimi tempi non accetto quasi più libri di scrittori emergenti, soprattutto perché mi manca il tempo. Le lancette scorrono inesorabili, e la vita va avanti. Quanti libri vorrei leggere? Tanti, tantissimi. Per questo devo fare delle scelte.
Però mi sono lasciata attrarre da un libro che mi è stato proposto dall’autore stesso. Due motivi mi hanno portata ad accettare: una storia ambientata anche nelle mie Marche, e un nome, quello di Mastro Titta che conosco soprattutto per la sua presenza nel Rugantino, uno spettacolo teatrale (e anche film) che ho tanto amato. E allora perché non provare?

È stata una lettura interessante, ma allo stesso tempo mi ha lasciata non del tutto soddisfatta. Mi è parsa come quelle storie che hanno un grande potenziale ma che purtroppo non sono espresse al meglio, almeno a me non è arrivata così tanto come avrei voluto e immaginato.

Questo libro è un racconto, quello di un garzone senza nome, che ormai anziano, decide di narrare le vicende della sua vita accanto al famoso boia Giambattista Bugatti, in arte Mastro Titta.
Un diario nel quale “Balzarino” cerca di riordinare i pensieri di un viaggio lungo e difficile accanto al Boia, ma che in un certo qual modo parla anche al lettore.
Simone Censi ha deciso di dar voce a chi voce non ne ha avuta, e neanche un nome nella storia. Conosciuto, infatti, è il successivo garzone – Vincenzo Balducci – che al ritiro “dalle scene” di Mastro Titta nel 1864 dopo ben 516 condanne a morte, ne prenderà il posto.

Il garzone narrante ci mostra – attraverso un alternarsi di momenti di vita tra lui e Mastro Titta, e cronache delle esecuzioni del tempo, con tanto di nomi e storie dei condannati – uno spaccato della sua epoca, di quell’Italia del 1800, e del modo di amministrare la giustizia. Comprato per pochi soldi quando era ancora un bambino, Mastro Titta ne fa il suo aiutante. Inizia così un lungo viaggio – denso di pericoli e insidie, lunghi spostamenti per strade al di fuori di ogni controllo – che li porterà a eseguire un numero alto di condanne a morte. Queste vengono descritte anche in modo molto forte per gli stomaci più delicati. Perché non si limitavano solo a una semplice impiccagione o al taglio della testa, bensì, successivamente il corpo veniva smembrato e la testa appiccata alle porte delle città come monito per le proprie azioni. Scene davvero raccapriccianti, che però erano vissute dal popolino come uno spettacolo spesso divertente, in cui venivano condotti anche i bambini in modo da insegnare sin dalla più tenera età quale sarà la sorte di azioni che vanno contro le regole, con tanto di scappellotto da parte dei genitori.
Una storia romanzata, con alcuni tratti di storia vera.
Un elenco di cronache dell’epoca, di omicidi commessi dalle più svariate persone. Donne, uomini, fratelli, ragazzini, tutti passano sotto la forca del Boia più conosciuto e temuto dell’epoca. 

 

 

Un mantello di un materiale ruvido, liso e perennemente macchiato di sangue, colore rosso scarlatto e lungo forse più del dovuto tanto che i lembi in basso erano perennemente stracciati, con un cappuccio che quando lo teneva in testa rimaneva a punta e gli copriva più della metà del volto. Quando con il tempo divenne tristemente famoso il detto Mastro Titta passa ponte, stava a significare che qualcuno ci avrebbe rimesso la testa.

Mastro Titta passa ponte, così veniva appellato a Roma, perché per andare a compiere i suoi servigi doveva attraversare il ponte Sant’Angelo.
Mastro Titta compie il suo lavoro nel modo più meticoloso e attento, senza trasporto, senza passione o piacere perverso. È il suo compito e semplicemente lo compie nel modo più opportuno. Appare come un uomo taciturno e solitario – comunicava più con gli sguardi che con le parole –  perché del resto il suo è un lavoro che lo porta ben presto alla solitudine. Le persone ne hanno il timore, lo guardano e ne parlano male, e spesso corre il rischio di essere ucciso, per vendetta o rivendicazioni pericolose.
Appare subito evidente la contrapposizione tra Mastro Titta e il suo garzone. Mentre il primo cerca di non provare mai empatia con i condannati e non si permette di conoscere le vere ragioni che hanno portato al delitto, e non si lascia quasi mai andare a giudizi personali, il secondo vuole conoscere di più, e spesso non comprende. Perché accanto a delitti terribili che non possono rimanere impuniti, ci sono anche casi in cui tutto appare troppo strano, o tutto è dettato da un interesse, da una sorta di ingiustizia, o molto varia anche dalla classe sociale. 

davAd esempio, nel caso di assassinio di personaggi noti si sentiva sempre la necessità di trovare per forza un colpevole, a prescindere dalla presenza o meno di prove.
Il garzone, inoltre, sembra avvertire le voci dei condannati dopo la morte, e spesso trema nel restare solo con le loro teste – che deve tener sotto controllo per non essere prese dai loro famigliari – perché i loro fantasmi sembrano perseguitarlo anche oltre. Prova quindi una maggior empatia, e questo lo porterà anche a compiere un passo importante. Quindi, mentre per Mastro Titta quel mestiere è una sorta di vocazione da compiere per sempre, il garzone lo vede come una scelta obbligata dalla quale poter scappare appena troverà uno spiraglio di luce, una possibilità di evadere da una vita e un lavoro che non ha scelto.

Nonostante il suo ruolo, però, Mastro Titta non è visto come un essere senza cuore, anzi, appare anche come una persona “buona” e comprensiva, umana, che per questa sua scelta è destinato a rimanere solo. E, inoltre, permetterà al suo giovane compagno di imparare a leggere e scrivere. Nel romanzo questo contrasto è evidente nella differenza di scrittura: ci sono alcuni passi del garzone da giovane scritti in dialetto – comprensibile, tranquilli! -, in maniera anche scurrile, e altri riscritti quando ormai è anziano e sente quasi il bisogno di gettare tutto su carta quasi a voler ancora fuggire da quei fantasmi che continuano a tormentarlo.

 

… severo e a volte manesco ma fondamentalmente buono e comprensivo, retto nella vita come nella morale

 

 

 

 

 

È considerato un romanzo storico, e risulta sicuramente interessante. La cosa positiva è sicuramente, a mio avviso, il fatto che a seguito di questa lettura si ha voglia di scoprire di più sulla figura di Mastro Titta, delle sue tante annotazioni, e mi è piaciuta anche questa idea di dar voce a un personaggio che nella storia non ha nome, non appare, dimenticato anche dal suo maestro per un gesto che compierà appena ne troverà l’occasione. Però non mi ha convinto del tutto, per il modo di narrare (ho trovato anche ripetizioni e refusi), e perché sembra davvero una mera raccolta di casi di giustizia dell’epoca, spesso molto simili, ma che in molti casi non riescono a provocare molto dal punto di vista delle emozioni. È uno di quei libri per cui alla conclusione mi viene da dire: sì, una bella lettura, ma... manca qualcosa che mi spinga a parlarne con vero entusiasmo. Almeno dal mio punto di vista, ovvio.

Resta comunque un romanzo che può piacere agli amanti del genere, e a chi non resta troppo sconvolto dalla descrizione – spesso forte – di certe sentenze.

Se ne volete sapere di più di Mastro Titta, l’autore consiglia la lettura di alcuni libri e appunti dai quali ha preso spunto per creare questa storia: “Mastro Titta, il Boia di Roma: memorie di un carnefice scritte da lui stesso” e gli appunti del boia stesso ritrovati nel 1886.

 

« A ciascuno il mestiere suo, c’è chi giudica e chi esegue. Io eseguo. »

 

 


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Il garzone del boia, Simone Censi

Elison Publishing
Prezzo: 3.99 ebook
Per Acquistarlo

Voto: ♥♥½ *

 

 

 

 

*(voglio chiarire una cosa, per onestà. Questo per me è un voto positivo. Su una scala di 5 cuoricini, 2,5 rappresenta la sufficienza. Un romanzo che consiglio, che mi è piaciuto, ma... poteva dare di più. Non tra le letture più belle, ma neanche da buttare. 1 e 2 stelline sono giudizi negativi).
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