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» Il miglio verde, di Stephen King – Recensione

Recensione

 

 

Stephen King è stato a lungo un nome che ho cercato di tenere lontano da me.
Complice il mio odio per It, film visto da bambina che mi ha molto scossa – anche se rivedendolo ora, da adulta, un po’ ci rido – e anche il mio non amare il genere horror, a lungo non ho letto nulla di lui.
Poi, qualche anno fa, un amico mi ha convinta a provare. Ho letto Misery e oltre ai brividi assurdi e all’ansia, ho provato anche una sorta di piacere: quella bellezza delle cose ben scritte. Sì, ho amato il suo stile, le sue idee, e così ho deciso di recuperare il più possibile.
Se poi ho un ragazzo che in casa ha un bel po’ dei suoi lavori, non posso proprio resistere (e sì, leggerò anche It, così magari supero le mie paure)!
Ma prima di passare all’horror vero e proprio, ho voluto cimentarmi in un percorso apparentemente “più facile”, su qualcosa che conoscevo, anche se ero fin troppo consapevole che mi avrebbe distrutta dal punto di vista delle emozioni: Il Miglio Verde.

Come potete vedere nella foto in alto, abbiamo la prima edizione, pubblicata in sei volumetti. Sì, perché se non lo sapete già, è stato concepito come un romanzo a puntate, scritto in corso di pubblicazione, sul’esempio di Dickens. Un esperimento in cui ha voluto lanciarsi anche King. Questi volumetti sono stati pubblicati mensilmente in Italia da Sperling & Kupfer.
Direi che l’operazione è riuscita, e che son felice di averli avuti tutti insieme, perché doveva essere stata davvero dura attendere un mese per continuare la lettura!

La storia la conoscevo già, avendo visto più volte e amato il film omonimo. Sapevo a cosa andavo incontro, ero pronta alle lacrime, ma sebbene la trasposizione cinematografica – a mio parere – sia veramente fatta bene, il libro riesce a donare sempre quel qualcosa in più.

 

L’ampio corridoio che percorreva al centro tutto il Blocco E era rivestito di linoleum del colore della buccia di un vecchio lime appassito, perciò quello che nelle altre carceri veniva chiamato l’Ultimo Miglio, a Cold Mountain si chiamava il Miglio Verde.

 

 

Il romanzo è narrato in prima persona da Paul Edgecombe, capo delle guardie del Blocco E, una sorta di “braccio della morte” del penitenziario di stato di Cold Mountain dove i detenuti venivano portati per trascorrere gli ultimi mesi di vita, prima della sentenza di morte sulla sedia elettrica, la Old Sparky, come usavano chiamarla.
Paul, ormai anziano, vive in una casa di riposo ed è qui che decide di scrivere i fatti narrati, come una sorta di espiazione, di rispetto per quei fantasmi che ancora sembrano invadere la sua vita, senza sosta.
La narrazione, quindi, percorre due piani temporali. Da un lato un Paul – molto! – anziano, che cerca di trascorrere le sue giornate tra lunghe passeggiate, la scrittura e la piacevole compagnia di Elaine; dall’altra lo stesso Paul, molto più giovane, e la sua esperienza come capo delle guardie a Cold Mountain. Ma queste “due vite” sono strettamente legate da vari elementi che fanno ritornare il protagonista e narratore alle vicende di molti anni prima.

Torniamo quindi al 1932, in un’America ancora fortemente razzista. Qui, viene subito introdotto un personaggio importante, o forse IL personaggio chiave dell’intera vicenda: John Coffey (come il caffé, solo che non si scrive alla stessa maniera), un uomo di colore, enorme per stazza fisica, che preoccupa non poco Paul e i suoi colleghi (Brutus Howell, detto Brutal, Harry Terwilliger, Dean Stanton e il malvagio, quanto idiota, Percy Wetmore). Eppure, contrariamente al suo aspetto che mette soggezione, John rivela un carattere mite e fragile: parla poco, piange molto, e ha paura del buio.

 

«Perché certe volte al buio ho paura,» spiegò. «Se sono in un posto che non conosco.»

 

 

Coffey è arrivato al Blocco E per un delitto terribile anche da narrare: lo stupro e l’assassinio spietato di due gemelle di nove anni.
In verità non si hanno prove concrete, ma è stato ritrovato con quei corpicini martoriati tra le braccia, disperato. Dicendo solo poche parole: “Ho cercato di rimediare, ma era troppo tardi”.

 

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In quel caldo autunno del ’32, altri due detenuti facevano “compagnia” a Coffey: un cajun francese piccolino e mezzo calvo, Eduard Delacroix, e poco dopo, William Wharton, un selvaggio forsennato e orgoglioso di esserlo, con il tatuaggio di Billy the Kid sull’avambraccio sinistro, che causerà non poco caos nel carcere. E un topolino, sì, un piccolo roditore che stupisce subito Paul e i suoi colleghi, per quel fare dapprima misterioso, e quell’intelligenza forse un po’ fuori dal comune che, insieme al dono speciale di John Coffey, fa acquisire un tocco di soprannaturale al romanzo.

Il signor Jingles diventa un elemento molto importante nella storia. Appare all’improvviso, e sorprende per quella sua voglia continua di controllare le varie celle, come se attendesse qualcuno, come se cercasse qualcuno. E quella persona è proprio Delacroix che instaura un rapporto bellissimo con quel piccolo roditore. Ampio spazio viene dato, infatti, a questi personaggi, per vari motivi.
Il francese, infatti, verrà preso di mira sin dal suo arrivo, da Percy, uno degli elementi più negativi del romanzo, che dà avvio a una serie di riflessioni importanti.
Spesso, infatti, si pensa che i poliziotti/guardie siano per forza i buoni, a prescindere, e i soggetti dietro le sbarre i cattivi. Ma è qui che King interviene inserendo due elementi che si scontrano con questa idea malsana ed errata: Coffey da un lato e Percy dall’altro. Tra le guardie, infatti, c’è questo elemento sbagliato, dotato di una natura malvagia, senza cuore e senza rispetto, anche di fronte alla morte. Percy è ignorante e cattivo, non prova nessuna empatia per i condannati, e anzi si diverte a stuzzicarli sia da vivi che da morti. Si accanisce in modo spietato contro Delacroix – che pur essendo un assassinio, viene mostrato come persona e non come mostro -, infliggendogli anche una morte terribile e spietata, una scena raccapricciante.
Percy entra così in netto contrasto con Paul, Brutal, Harry e Dean, che invece pur dovendo compiere un gesto molto forte – ossia “donar” la morte ai condannati tra le braccia di Old Sparky – cercano di usare umanità, di conversare con i detenuti, per non spingerli a impazzire nell’attesa del giorno in cui dovranno dire addio alla vita.

Questo continuo legame tra passato e presente, si trova anche nella figura di Brad Dolan, inserviente presso l’ospizio in cui si trova Paul ormai anziano. Più di una volta presente e passato si fondono, ma in questo caso Paul non ha più l’autorità, bensì è la sua volta di essere preso di mira dall’ignoranza che unita alla malvagità dell’animo umano, fa paura. Forse anche più paura degli assassini stessi.

Ed è qui che mi sorge spontaneo un pensiero: spesso si donano delle etichette ben precise alle persone. Spesso si addossa il “male” a qualcuno solo perché ha un determinato aspetto, un diverso colore della pelle, ma questo non è giusto. Perché la cattiveria risiede nelle azioni che compiamo, nelle scelte che decidiamo di prendere. L’uomo ha la possibilità di scegliere se provare empatia o meno, se avere ancora un briciolo di umanità o lasciarsi andare alla mostruosità che risiede nel suo animo, se farsi una cultura che gli possa aprire la mente, o rimanere nel vuoto e nell’oscurità dell’ignoranza.

Inoltre questa somiglianza tra passato e presente, nel romanzo, compare anche nei luoghi. King, attraverso le parole di Paul, ci fa capire che anche la “residenza per anziani” assomiglia a una sorta di carcere, dove i vecchi vengono parcheggiati in attesa di quell’ultimo tratto verso la morte. Anziani soli che spesso vengono dimenticati dalle famiglie, e che rischiano di perdere anche se stessi. Infatti, Paul, cerca di reagire: attraverso la scrittura, come una sorta di espiazione, ma anche attraverso lunghe passeggiate, e all’amore dolce e tenero per una donna, Elaine che gli ricorda tanto la sua Janice.

 

E il Miglio Verde stesso diventa una sorta di metafora della morte, di quel viaggio che ognuno di noi è destinato a compiere, prima o poi.

 

È un romanzo importante, bellissimo e straziante. Uno di quei libri che ha davvero tanto dentro, che racchiude tanti temi, che da adito a moltissime riflessioni.
C’è amore, quell’amore che spesso viene usato dai “mostri” per uccidere o torturare.

 

Le ha uccise con il loro amore. – Il loro amore di sorelle.

È così che va tutti i giorni, in tutto il mondo.

 

 

C’è il contrasto tra Bene e Male, tra umanità e malvagità umana, c’è un rapporto anche molto profondo con la Morte, quell’ultimo Miglio Verde da percorrere. C’è davvero tanto.

Non voglio dirvi di più, se non di prendere dei fazzoletti, ed essere preparati a essere molto scossi. Ci sono scene molto, molto difficili da leggere, da accettare. C’è anche la speranza di raggiungere una sorta di lieto fine, che però, in certi casi, è davvero difficile da realizzare.

Che poi a volte, si ha paura dei racconti horror, ma l’orrore vero è dato più dagli uomini stessi che dai mostri…

 

«Non ne posso più del dolore che sento e vedo, Capo. Non ne posso più di vivere in strada, solo come un pettirosso sotto la pioggia. Mai un amico da andarci assieme, un amico che mi dice da dove veniamo e dove stiamo andando e perché. Non ne posso più della gente cattiva che si fa del male. Per me è come cocci di vetro piantati nella testa. Non ne posso più di tutte le volte che ho voluto rimediare e non ho potuto. Non ne posso più di stare al buio. Soprattutto è il dolore. Ce n’è troppo. Se potessi smettere di sentirlo, lo farei. Ma non posso.»

 

 

 

mde

 

Voto: ♥♥♥♥♥ – Meraviglioso.
Ve lo consiglio con tutto il cuore.
Così come il film.*

 

 


Il_miglio_verde

*Per quanto riguarda il film, ve lo consiglio ugualmente. Leggendo il romanzo, e guardando ancora una volta la sua trasposizione cinematografica ho riscontrato sì molte differenze, alcune anche importanti, però alla fine la bellezza della trama rimane, così come i messaggi che restano allo stesso modo ben espressi. Non posso rivelarvi troppo, ma sul web le troverete di certo.
A mio parere, comunque, resta uno di quei film che non stravolgono il libro, e che merita di essere visto e amato.
Ottimi poi gli interpreti, soprattutto Tom Hanks come Paul e Michael Clarke Duncan nel ruolo del buon John Coffey.
Da commuoversi.

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