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» Tutta la luce che non vediamo, di Anthony Doerr – Recensione

Recensione (8)

Tutta la luce che non vediamo è un romanzo scritto da Anthony Doerr nel 2014, ambientato tra la Francia (soprattutto Parigi e la cittadina di Saint-Malo) e in Germania durante la Seconda Guerra Mondiale. Ho deciso di sceglierlo per il progetto su Instagram #unannoconlastoria che nel mese di maggio prevedeva la lettura di un romanzo storico ambientato nella Francia Rivoluzionaria dal 1780 al 1968. Purtroppo l’ho concluso solo ieri, ma ho deciso di inserirlo comunque tra le letture di maggio.
Il romanzo ha vinto il Premio Pulitzer 2015 per la narrativa ed è stato pubblicato in Italia da Rizzoli.

 

Aprite gli occhi, conclude l’uomo, e guardate tutto quello che potete prima che si chiudano per sempre.

 

davProtagonisti sono due ragazzi, Marie-Laure Le Blanc e Werner Pfennig, i cui destini percorreranno due strade apparentemente diverse, fino ad avere un punto in comune che sarà fondamentale per le loro scelte, le loro vite.

Siamo nel 1934 e Marie-Laure ha solo sei anni e vive a Parigi con suo padre, primo fabbro di serrature, che lavora presso il Muséum National d’histoire naturelle. In un’occasione in particolare, a Marie-Laure e altri bambini viene narrata la leggenda di un misterioso gioiello, il Mare di Fiamma: un diamante maledetto che sembra essere custodito proprio in quel luogo. Marie-Laure ha solo sei anni quando le viene diagnosticata una malattia che la renderà di lì a poco... cieca. Nonostante le difficoltà, suo padre farà di tutto per aiutarla a gestire la sua cecità, costruendole modellini della città al fine di orientarsi meglio, e regalandole libri in braille di Verne e Dumas. In particolare, uno dei titoli più citati nel corso del romanzo sarà Ventimila Leghe sotto i Mari. 

 

Che cos’è la cecità? Dove dovrebbe esserci un muro, le sue dita non trovano niente. Dove non dovrebbe esserci niente, la gamba di un tavolo le apre un solco in uno stinco. Le auto ruggiscono per strada; le foglie mormorano nel cielo; il sangue le fruscia nell’orecchio interno. Sulle scale, in cucina, persino accanto al suo letto, voci adulte parlano di disperazione.

 

 

Nello stesso periodo siamo anche in Germania, a Zollverein, un complesso minerario di sedici chilometri quadrati appena fuori Essen. Qui conosciamo Werner e sua sorella Jutta che, orfani, crescono nella Casa dei Bambini, un orfanotrofio gestito da Frau Elena. Ben presto, Werner comprende di aver un vero talento nel sistemare vecchie radio rotte, e ne sarà completamente affascinato. Per molte sere, insieme alla sorella, si fermeranno ad ascoltare un misterioso francese che racconta storie interessanti sulla scienza e la musica.

Ma gli anni scorrono e i venti di guerra iniziano a modificare le vite di tutti. Se da un lato Marie-Laure – ormai dodicenne – e suo padre con l’arrivo dei nazisti in Francia sono costretti ad abbandonare Parigi per rifugiarsi dallo “strambo” prozio Etienne a Saint-Malo; dall’altro Werner verrà notato per il suo talento e introdotto presso una scuola della Gioventù Hitleriana, venendo ben presto accecato da quei valori nazisti che possono annebbiare la mente; e successivamente inviato al fronte, per rintracciare i partigiani proprio tramite quegli strumenti che tanto ama.

 

Ognuno di loro è un globo di creta, e quel vasaio grasso e lustro che è il comandante sta modellando quattrocento vasi identici.

 

Attraverso una continua alternanza di capitoli molto molto brevi, seguiamo i destini di questi due giovani protagonisti, che devono lottare contro un buio che opprime: se da un lato la cecità di Marie-Laure si unirà al buio del pericolo della guerra, dall’altro Werner dovrà lottare per non soccombere a quei credi assurdi di una dittatura pronta a far fuori vite, ma anche distruggere ragazzi tedeschi in nome di un bieco ideale, di regole fisiche ben precise, che non accettano debolezze o sognatori. Emblematica è la figura di Friedrich: i suoi sogni, l’amore per i volatili, il suo animo puro, la sua sensibilità… tutto è annientato dalla ferocia nazista, che non si fa scrupoli nel distruggere anche il suo stesso popolo.

Ma nel buio, emergono anche delle luci: quella della curiosità per la scienza, per la musica, per la radio, ma anche l’amore puro per la letteratura, un faro che può scaldare i cuori in una situazione che opprime. Due ragazzi che si affidano a due aspetti che possono contrastare l’ignoranza, la violenza, la crudeltà umana. Due vite che risultano apparentemente lontane, diverse, ma che per qualche istante si toccano, e quel momento sarà molto importante per entrambi. È come se le parole di un libro, la voce di una ragazza cieca riescano a penetrare oltre la nebbia che acceca un ragazzo, spingendolo ad aprire di nuovo gli occhi, a scorgere quella luce in fondo al buio, compiendo un gesto importante, che commuove e in cui, forse, speri vivamente.

 

Sai qual è la più grande lezione della storia? Che la storia è ciò che i vincitori dicono che sia. Questa è la lezione. Chi vince, decide la storia.

Interessanti sono anche i personaggi di Etienne e della sua domestica, che con coraggio lottano silenziosamente nel loro piccolo, nonostante i pericoli; ma anche Jutta e il già citato Friedrich, ragazzi che sanno guardare oltre, che non perdono la voglia di sognare, e che scelgono di non seguire comunque dei dettami stabiliti da un dittatore senza cuore.

È un altro romanzo sulla Seconda Guerra Mondiale sì, ma visto in maniera – per me – nuova e originale, dal punto di vista di due ragazzi, e delle loro passioni. La prosa è quasi poetica, con frasi brevi, e capitoli che si leggono in un soffio. Inizialmente, in verità, ho faticato un po’. Mi è sembrato molto lento e non sono un’amante della brevità sia per frasi che per capitoli.

Altra cosa che non mi ha convinta del tutto è stata la linea narrativa che coinvolge un ulteriore personaggio, sul diamante maledetto. Se da un lato contribuisce alla crescita della tensione, dall’altro non sono riuscita ad apprezzarlo in maniera totale. Anche se forse, è un contrasto tra leggende e superstiziosi e scienza e letteratura. Non so.

È un bel libro, senza dubbio, ma forse mi aspettavo quel qualcosa in più, quel maggior coinvolgimento che purtroppo non ho avuto con costanza – soprattutto nella prima parte -. Non lo ritengo, almeno dal mio punto di vista, un capolavoro, ma è un bel libro e ho notato una sua originalità. Sicuramente Werner, Marie-Laure, Etienne, Jutta e Friedrich riusciranno a conquistare un pezzo del vostro cuore, lasciandovi addosso sorrisi, ma anche una gran malinconia, vi affezionerete molto a loro; a queste anime sognatrici, forse diverse, forse uniche, a cui la guerra ha portato via tanto, troppo, e ha lasciato fantasmi e cicatrici che restano indelebili.

La visione sulla guerra è uno degli aspetti che ho più gradito: qui non c’è giudizio o attacco contro un unico fronte, ma è qualcosa di più ampio, di più vero – a mio parere. In guerra non ci sono vincitori né vinti: questo mostro privo di luci annienta le persone, le riduce a macchine tutte uguali pronte a sterminare il diverso, l’oppositore, chi non risponde alle proprie leggi o intralcia gli obiettivi di un dittatore. Questa macchina infernale prende le giovani menti e le forgia, prende i ragazzi, poco più che bambini, mandandoli in guerra, spingendoli spesso gli uni contro gli altri per abbattere chi risulta il più debole, elimina vite innocenti, riduce la stessa popolazione alla fame. Un germe nocivo che rischia di oscurare il mondo, l’anima. Chi sono davvero i vinti, chi i vincitori? In guerra nessuno. Perché se poi vai a guardare i presunti vincitori della storia, non ci mettono nulla a violentare delle ragazze…

 


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Tutta la luce che non vediamo, di Anthony Doerr
Casa editrice: Rizzoli
Traduzione di: Daniele A. Gewurz e Isabella Zani
Pagine: 509
Anno di pubblicazione: 2014

Voto: ♥♥♥♥

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